Matteo

Matteo, 34 anni. Attore.

Nei mesi passati mi sono mancati molto il contatto con il pubblico e la socialità, ma allo stesso tempo non ho vissuto la pandemia in modo particolarmente traumatico. Il mio lavoro è caratterizzato da instabilità: ci sono mesi di tournée in cui guadagno molto e mesi in cui non lavoro affatto. Nel tempo mi sono abituato a questo tipo di situazioni e quando sono nella parabola discendente la prendo con filosofia, avendo fede e fiducia nel fatto che le cose ripartiranno.

Ho considerato il lockdown come un momento di riflessione obbligata, anche perché c’era gente che stava male. Forse avremmo dovuto tutti fermarci e cercare di capire a che punto siamo arrivati come società, cosa sta succedendo all’ambiente.

Se parliamo di bisogni, l’essere umano necessita di cibo, acqua e poche altre cose per sopravvivere; ma può scegliere di elevarsi spiritualmente, e l’arte è uno dei modi per farlo.

Supereremo anche questa crisi perché come diceva John Steinbeck: “Il teatro è l’unica istituzione che sia stata in punto di morte per quattromila anni e non abbia mai capitolato. Per tenerla in vita ci vuole gente ostinata e fedele.” È una fede in fondo, una fede in quello che può essere l’incontro in democrazia, nell’empatia del genere umano.